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FILM GARAGE
recensioni cinematografiche libere
Rx - strade senza ritorno (2007)
postato il 06/05/2008 alle 23:25 da filmgarage
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Di Ariel Van Vrome. Con  Eric Baldour, Lauren German.
Durata: 96'


Sarà che il Road Movie ultimamente non va molto di moda, sarà che non puoi affidarti ad attore semi-sconosciuti per tenere a galla una sceneggiatura che fa acqua un po’ dovunque, sarà che se poi non metti il ritmo tra gli ingredienti di un film facilone su sentimenti, problemi e trasgressioni della post-adolescenza, la torta non può uscire ben lievitata. Fatto sta che “Rx - Strade senza ritorno” è il classico film da vedere solo in assenza di alternative. E forse nemmeno in quel caso. Il viaggio verso il Messico delle facili scappatelle diventa per tre giovani del Nord Usa un semplice mordi e fuggi per accaparrarsi le famose pasticche blu. Con, banalie, conseguenze out of control. Non c’è una sola scena che risulti un filo inattesa, non un solo fotogramma dove la disperazione, la preoccupazione, l’ansia e l’attesa non vengano banalizzate: accostare frame in sequenza è tecnica elementare e se poi i nostri protagonisti non sanno che farsene dell’espressività, il risultato è davvero scadente. Il finale ha l’unico guizzo, dal quale scaturisce l’unico evento che probabilmente in pochi si sarebbero aspettati, ma anche qui per giustificare il momento clou, il regista ricorre ad un’incompresione linguistica assolutamente ingiustificata per chi vive a pochi chilometri da un confine di stato. Insomma il problema della droga meritava ben altro trattamento, ammesso e non concesso che, dopo tanti capolavori (vedi “Trainspotting”) sia ancora possibile misurarsi sullo stesso campo con possibilità di successo. Questo non è certo il modo.
Da non perdere: Quantomeno singolare il fatto che il protagonista Eric Baldour parli uno spagnolo fluente e corretto per tutto il film e poi, quando occorrerebbe davvero essere poliglotta, si esprima in italiano(-americano).







recensione di ROBESPIERRE. 
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28 Settimane dopo (2007)
postato il 06/05/2008 alle 23:22 da filmgarage
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di Juan Carlos Fresnadillo. Con Robert Carlyle, Rose Byrne, Jeremy Renner, Harold Perrineau
Durata: 120'

: Confrontarsi con un pezzo di nicchia acclamato dalla critica non è mai semplice, ma Fresnadillo lo fa benone, riprendendo il canone cinematografico di Danny Boyle e imponendo la propria mano specie nelle scene di maggiore azione.
Se la prima puntata (“28 giorni dopo”) evocava il terrore senza mostrarlo, incutendo più che altro un’ansia claustrofobica e soprattutto psichica (tema poi ripresa, anche se in genere diverso, sempre da Boyle in “Sunshine”), 28 settimane dopo il virus ritorna passando soprattutto per scene d’azione ad alto contenuto spettacolare, dove la frenesia prende il posto della riflessione e l’orrore entra negli occhi dello spettatore senza passare per il suo cervello. Il risultato è ovviamente lievemente inferiore all’originale, non foss’altro per il fatto che la tecnica psicologica di Boyle era di più difficile resa cinematografica, rispetto al sequel in puro stile action movie di Fresnadillo. I meriti del regista messicano, tuttavia, sono diversi: avere reso interessante una storia tutto sommato simile alla precedente, avere mantenuto un punto d’incontro nell’inconscio di una colonna sonora originalissima per il genere (un sound rock-ambientale che accompagna anche le azioni più cupe dei protagonisti), e soprattutto essere in grado di non allentare mai la tensione: il film parte con tanti volt nel primo fotogramma e, se possibile, nell’ultimo raggiunge un’elettricità ancora maggiore. Attenzione dunque anche a quel che accade dopo i titoli di coda.
Da non perdere: La scena in puro splatter-movie dell’elicottero mozza-teste. La conferma che la sceneggiatura di questa seconda puntata (ma sarà l’ultima?) ha decisamente giocato forte sulla spettacolarità.








recensione di ROBESPIERRE. 
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American pop (1981)
postato il 30/04/2008 alle 21:01 da filmgarage
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di Ralph Bakshi
Durata: 86'

Dal Jazz di New Orleans alla Seconda Guerra Mondiale, dal rock 'n' roll alla psichedelica nelle comuni hippy fino all'elettronica, quarant'anni di musica e storia americana vista attraverso gli occhi di quattro generazioni di musicisti ebrei russi di cui soltanto l'ultimo riuscirà a raggiungere il successo nei primi anni ottanta.

Dopo "Fritz il gatto" (primo cartone animato ad essere vietato ai minori) e una tutto sommato dimenticabile in quanto incompleta versione animata de Il Signore degl'Anelli, Ralph Bakshi padre dell'animazione per adulti ritorna con "American pop" cogliendo nel segno. Il film è girato interamente in rotoscoping una tecnica molto amata da Bakshi, meno dai puristi dell'animazione, la quale è un pò se vogliamo l'antenato dell'odierna motion capture: in pratica il disegnatore ricalca l'immagine a partire da una pellicola girata precedentemente con personaggi veri in modo tale da rendere le figure in movimento, soprattutto quelle umane, molto più realistiche.
Un film suggestivo, critico e visionario che pur essendo molto rapido e intuitivo (non frettoloso) riesce a catturare molto bene periodi storici e sensazioni soprattutto nella parte che riguarda gli anni sessanta.

In una parola emozionante, fantastica poi la colonna sonora capace di spaziare come se niente fosse da Gershwin a Jimi Hendrix da Luis Prima a Lou Reed cosi come da Sweet Georgia Brown a A Hard Rain's A-Gonna Fall di Bob Dylan.

Certamente da non perdere. Purtroppo non esiste in dvd.



 



recensione di Eddie Son House
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Zero in condotta (1933)
postato il 30/04/2008 alle 20:57 da filmgarage
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di Jean Vigo con Jean Dastè, Robert Le Flon, Delphin, Du Verron, Luis Lefebvre, Coco Golstein
Durata: 41'

Dopo un breve periodo di vacanza due giovani Caussat e Bruel tornano alla vita in collegio. Sottoposti ad una rigida disciplina e sottomessi alle punizioni imposte dai sorveglianti adulti i due si sentono privati della libertà e decidono di farla pagare a tutti quanti. Insiemi agli altri ragazzi organizzano quindi una semi-rivoluzione all'interno del collegio occupando i dormitori e mandando all'aria l'annuale festa scolastica alla presenza di tutte la cariche cittadine.

Primo e unico film insieme a "L' Atalante" del grande regista francese Jean Vigo scomparso nel 1935 quando aveva solo 29 anni. Definito dal regista un film di ispirazione autobiografica "Zero in condotta" mette in scena la contrapposizione tra "l'anarchia" dell'infanzia, spontanea e inquieta, con l'ordine del mondo degli adulti raccontandola con un tono certamente sarcastico e scanzonato, ma allo stesso tempo amaro e irriverente. Se da una parte abbiamo preside e insegnanti a proprio agio solo tra le quattro mura del collegio dove ogni situazione è regolata dalle leggi stampate da loro stessi dall'altra vi è l'esuberanza e la creatività della fanciullezza ancora incontaminata e desiderosa di sperimentare ed assaporare quella libertà che invece si trova solo al di fuori del collegio. Ed è qui che assistiamo alle scene migliori come il volo rallentato delle piume che discendono durante la guerra con i cuscini o la battaglia con i fagioli in sala mensa e ancora la bandiera sventolata dai ragazzi in segno di vittoria dopo il disastro provocato durante la festa di fine anno, sono tutte sequenze che sembrano voler rievocare con un velo di nostalgia e poesia le sensazioni che il rigido e inquadrato mondo degli adulti ha completamente dimenticato.
Stroncato pesantemente dalla critica dell'epoca e censurato in Francia per via di alcune scene considerate troppo irriverenti e per i toni palesemente filo-anarchici dovette aspettare quasi trent'anni prima di mietere pieno consenso. Fu infatti solo negli anni sessanta che il film accalappiò un cospicuo numero di proseliti e opere ispirate ad esso come per esempio il celebre "I quattrocento colpi" di Truffaut o "La guerra dei bottoni" di Yves Robert, lo stesso Lindsay Anderson dichiarò di essersi ispirato a questo film di Vigo per il suo "If" del 1968.

Indubbiamente un film per appassionati e cultori a cui mi permetto di consigliare la visione in lingua originale in quanto la versione italiana tremendamente "moderata" è assolutamente pessima.



 



recensione di Eddie Son House
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V per vendetta (2005)
postato il 29/04/2008 alle 22:23 da filmgarage
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Di James McTeigue. Con: Natalie Portman, Hugo Weaving.
Durata: 120'


E’ un fumetto, è un’invenzione, eppure coinvolge e fa riflettere come una storia vera. Certo gli effetti speciali sono essenziali alla riuscita del quasi capolavoro, certo le vicende narrate in un futuro visionario sono spinte al limite della credibilità, eppure le dosi di emotività e adrenalina garantite dai fratelli Wachowsky (quelli di Matrix, produttori di questo film) regalano alla cultura popcinematografica una piccola perla che ognuno, anche chi ama solo il cosiddetto “cinema realista”, dovrebbe custodire nella propria videoteca. Il merito è tutto di Alan Moore e David Lloyd che inventano una delle più intense storie ad incastro che carta da fumetto abbia mai conosciuto, e poi cedono i diritti al regista McTeigue per trasporre in celluloide i loro “baloons”. Con un ordine, decisivo e
beato: non cambiare nulla dell’originale, a differenza di tanti altri mostri sacri (vero Stan Lee?), che dinnanzi ai dollari dei produttori, spesso rinnegano l’essenza primaria dei propri supereroi. V è il terrorista nemico del terrore, è il buono costretto alle cattive dalle circostanze, l’essere con più spiccata personalità, che pure si ritrova ingabbiato dietro una maschera per motivi di “privacy” (e, lo scoprirete, non solo). Hugo Weaving (ex Smith di Matrix e re-elfo al servizio di Frodo) sceglie di non strafare fisicamente, accettando un’identità mai svelata, mentre Natalie Portman, splendida e ribelle, è complementare con una recitazione tutta nervi e bellezza. Perderlo sarebbe un attentato...
Da non perdere: Il gran finale, che qui non sveleremo. Un aiutino? C’entra qualcosa il Big Ben.








recensione di ROBESPIERRE. 
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Un uomo qualunque (2008)
postato il 29/04/2008 alle 22:20 da filmgarage
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Di Frank Cappello. Con: Christian Slater, Elisha Cuthbert, William H. Macy, Sascha Knopf.
Durata: 120'


Christian Slater è semplicemente straordinario: abbandona la parte del duro e passa all’estremo opposto, impiegato frustrato da una vita servile e un mestiere che appaga (poco) il portafoglio e (nulla) lo spirito. Operazione che molti considereranno eccessiva, ma che sorprende per la splendida naturalezza dell’attore, decisamente la novità migliore della pellicola. Che pure, precisiamolo, vive di luce propria: alcune citazioni sono evidenti (su tutte il finalone spazio-temporalmente labile nei suoi confini alla “Donnie Darko”), per il resto il film innova il linguaggio filmico portando tutto all’estremo, all’esagerazione di verbi, situazioni e contrasti. Tre caratteristiche che potrebbero presto eleggerlo come cult, che pure a differenza del genere saprà farsi apprezzare anche al di fuori della nicchia. Le inquadrature e i giochi di montaggio riflettono una psicologia malata, in un mondo malato, con pensieri (e desideri) malati. Non si salva nessuno nella prima parte, mentre l’amore (im)possibile per la bella modella divenuta paraplegica riscatta la condizione dell’impiegatucolo abusato. Attenzione però, perchè qui sta il bello: Slater non passa dalla parte del potere, mantiene la propria ingenuità e, con essa, le proprie insicurezze. Niente di banale, tutto di eccessivo: una formula voluta e studiata a tavolino (accettate dunque il paradossale), che funziona alla grande.
Da non perdere: Alcune riprese, mischiate a cartoon o ad allucinanti visioni, iceberg di un tentativo continuo di stupire con accostamenti arditi. Un “Paura e delirio a Las Vegas (molto) in miniatura.







recensione di ROBESPIERRE. 
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Svalvolati on the road (2008)
postato il 29/04/2008 alle 19:28 da filmgarage
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Di Walt Becker. Con: Tim Allen, John Travolta, Martin Lawrence, William H. Macy.
Durata: 96'

Simpatico e senza pretese. O, come suggerisce il titolo stesso, semplicemente svalvolato. Comunque meritevole, per la verve e la frizzantezza, di almeno una disinteressata visione. Allen, Travolta, Lawrence e Macy sono i 4 dell’Ave Maria, chiamati a far ridere in sella ad una moto: Walt Becker ha il grande merito in regia di non pompare
troppo il materiale a sua disposizione, di limitarsi a gag semplici ma sincere (anche se a volte, lo ammettiamo, un po’ ripetitive) e soprattutto di tagliuzzare con incastri comici quegli effetti serioso-moralistici, dei quali troppo spesso i film comici amano circondarsi con chissà quale fine pedagogico. L’avventura dall’Atlantico al Pacifico di 4 lavoratori
“pensionati nell’anima” diventa il viaggio di Ulisse alla ricerca di Itaca, con mete forzate e problemi che cambiano, senza mai dimenticare l’apparato di risate, l’interiorità dei quattro personaggi. Un film lineare insomma, che non arriverà mai in un concorso di cinema nè
verrà preso come modello da neofiti dilettanti della settima arte, ma che per una buona ora e mezza si lascia guardare piacevolmente, divagando su tematiche leggere e su una trama frivola e sbarazzina. Del resto, se il cinema fosse costruito solo su pellicole toste, sai che noia...
Da non perdere: La presentazione nei primi fotogrammi dei quattro personaggi: i 4 delusi dalla vita si presentano al pubblico, iniettando da subito una verve comica notevole: del resto con quelle facce (anche il mitico Travolta non stona) non poteva che uscirne un film tutto da ridere.







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Elizabeth - The golden age (2007)
postato il 29/04/2008 alle 19:26 da filmgarage
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Di Shekhar Kapur. Con Cate Blanchett, Geoffrey Rush, Clive Owen, Abbie Cornish.
Durata: 114'


: La prima annotazione che ci sovviene al termine dello spettacolo di costumi e colori che solo una ricostruzione ambientale puntigliosa può dare è che l’opera di Shekhar Kapur merita sicuramente applausi per il contorno che ha saputo creare (meglio ricreare), lasciando traspirare l’età dell’oro inglese sin nei minimi dettagli. Peccato però che la volontà di romanzare all’eccesso fatti storici di importanza vitale per la successiva storia europea (il crollo dell’Invincibile Armata di Re Filippo di Spagna, un Hitler ante-litteram) non possa essere apprezzata dinnanzi ad un processo realistico spinto, sceneggiatura a parte, ai massimi livelli. La seconda è che non vorremmo nessun’altra regina all’infuori di Cate Blanchett: se davvero Elizabetta doveva avere un volto, non poteva che essere il suo. Maestosa e terribile, nevrotica e leggiadra, spaesata dinnanzi al suo mito che si offusca e combattuta al contempo in un’interiorità che, inevitabilmente visto il ruolo, sfocia nella storia. In una parola, insomma, regale. Convincono anche gli altri attori, peccato che le parti per loro scritturate (ci riferiamo soprattutto a Clive Owen) ne pongano in risalto doti un po’ troppo antistoriche: difficile credere al pirata-Casanova, impossibile pensare che una dozzina di navi incendiarie possa mettere al tappetto una nazione intera. Riuscitissima l’ambientazione dunque (accompagnata da musiche legate a doppio filo), apprezzabile la psicologia di fondo con l’eterno conflitto da Guerra Santa (abbastanza attualizzabile), sballata in pieno la narrazione.
Da non perdere: I costumi di Queen Elizabeth, sovrana da età dell’oro sin nei minimi dettagli.







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23 (2007)
postato il 27/04/2008 alle 14:35 da filmgarage
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di Joel Schumacher. Con Jim Carrey, Virginia Madsen, Rhona Mitra, Paul Butcher, Patricia Belcher, Michelle Arthur.
Durata: 95'


Walter Sparrow Ë un tranquillo accalappiacani, la sua vita si dipana serena e morbida. Nel giorno del suo compleanno, per una coincidenza del destino, la moglie Agatha gli fa dono di un inquietante libro dalla copertina rossa (Il numero 23). La lettura del volume da parte di Walter, inizialmente scettico a riguardo, diventa ben presto un urgenza, e la sconvolgente somiglianza con la vita del protagonista del romanzo, il detective Fingerling, spingono il buon padre di famiglia in un vortice di nevrosi inizialmente, per poi srofondare nella paranoia ed infine ad un ossessione assassina disegnata dal numero 23. Il soggetto è tratto da un racconto di Stephen King, sceneggiato da Fernley Phillips (a detta di molti, un pupillo di King) per la regia di Joel Schumacher (manco a farlo apposta alla sua 23ima pellicola), e la resa finale non perde molto della suspence morbosa del Re del Brivido. La tensione è assicurata, Jim Carrey è superlativo e spiazzante in questa versione evil della sua maschera solitamente goliardica. La sua interpretazione richiama a tratti la celeberrima vicenda di Jack Torrance (Nicholson), alle prese come lui con il lato oscuro della mente umana, nell’Overlook Hotel di Shining.
Da non perdere: Oltre alle grazie di Rhona Mitra (che regalò le sue avveneti forme a Lara Croft), l'incredibile possibilità dell'esoterico (logico) numero 23 di infiltrarsi nelle piccole quotidianità della vita (oltre ai numerosi cammei dello stesso disparsi nel film), ed attenzione a non finire nello stesso tunnel di Carrey Sparrow!






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2061 - un anno eccezionale (2008)
postato il 27/04/2008 alle 14:32 da filmgarage
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di Carlo Vanzina. Con Diego Abatantuono, Sabrina Impacciatore, Anna Maria Barbera, Michele Placido, Andrea Osvard, Massimo Ceccherini, Aldo Abbrescia.
Durata: 100'


Povero Dieguito, ormai stritolato dalle leggi del marketing e da un accompagnamento di personaggi sempre più prelevati da Zelig e (si salvi chi può) dal GF, dunque sempre meno adatti ad una recitazione credibile, per quanto comica e surreale possa essere. 2061 di eccezionale ha soltanto il titolo, perchè per il resto Carlo Vanzina conferma di partorire ultimamente film divertenti con il contagocce, limitandosi a stereotiare le battute e le moine degli attori (vedi Chiodaroli e l’immancabile “terrunciello” Abatantuono) senza mai graffiare, nè far ridere veramente. Peccato perchè la trama in sè è abbastanza innovativa (sebbene contaminata dall’ispirazione de “L’armata Brancaleone”). Diego tiene su la baracca come può, ma sembra più che altro perdersi nel suo solito maccheronico linguaggio, che fa delle storpiature il suo pezzo forte. Soltanto Sabrina Impacciatore si conferma spalla all’altezza, mentre sulle recitazioni di Andrea Osvard e Jonathan del Grande Fratello (!!!) sarà meglio stendere più di un velo pietoso. Il film, che dovrebbe, lo ricordiamo, far ridere, risulta noioso e, non bastasse, pure irritante in certi punti, con la monotonia che 2-3 giochi verbali ben riusciti non possono scrostare. Sagra dello stereotipo fine a se stesso, insomma, e spiace che Vanzina millanti ai media nazionali di avere realizzato un capolavoro comico-educativo: la sua narrazione insegna soltanto a disinnamorarsi del cinema all’italiana, perchè rispetto alla commedia del Belpaese, questa “stupidata” che non innova ma si fa becera ripresa di luoghi comuni, viaggia parallela.
Da non perdere: Abatantuono che imita lo slang milanese, condensato nella parte finale del film, a testimonianza di una comicità che arriva a sprazzi, tramite leggere e banali stilettate, e soprattutto lasciata esclusivamente alla verve istrionica di Abatantuono, comunque al di sotto dei suoi standard.







recensione di ROBESPIERRE.
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Juno (2008)
postato il 27/04/2008 alle 14:30 da filmgarage
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di Jason Reitman. Con Ellen Page, Michael Cera, Jennifer Garner, Jason Bateman.
Durata: 92'


Se ci si vuole riempire la bocca di belle frasi sull’aborto, e macchiare con la politica e la campagna elettorale (vero, Giuliano Ferrara?) anche questa piccola gemma, rivelazione agli Oscar 2008, prego si faccia pure, ma non si pretenda poi di passare per credibili. Perchè Juno merita tutto, fuorchè la becera strumentalizzazione. Jason Reitman ci aveva già convinti con “Thank you for smoking” e anche nella storia della giovane, scapestrata e simpatica ribelle 16enne Juno (incinta per un pomeriggio noioso, ravvivato con il migliore amico) mantiene le linee guida di una regia sbarazzina, che affronta temi seri con leggerezza, senza per questo mai scadere nelle banalità o, peggio, nella ridicolizzazione. Lo slang giovanile domina il film, tanto che i dialoghi (quasi in una dimensione parallela alla vita reale) ricordano da vicino lo stile verbale di “Arancia Meccanica” (ma questo, sia chiaro, resta l’unico punto di sfumatura comune). Juno è la nuova Little Miss Sunshine, in un film che affronta la quotidianità con quotidiano cinismo, che fatica a condannare (l’unico personaggio negativo sarà il marito della famiglia affidataria, e anche qui ci prendiamo qualche riserva) ma non lesina in simpatia. Ingenuità e ribellione, protese tra la voglia di crescere e quella di una libertà vincolata da un figlio in grembo. L’aborto è un tema solo sfiorato, anche qui senza giudizi. Una scelta che apprezziamo: a volte, meglio lasciare il moralismo da parte, meglio concedere ad un pubblico divertito ma riflessivo anche un po’ di libero arbitrio. Fermo restando che la regia (con piani-sequenza e flashback solo sfiorati, delicati come tutto il film) spesso ruba la scena ai contenuti...
Da non perdere: La colonna sonora e la sigla iniziale. Il cd del film in particolare spopola già negli Usa.







recensione di ROBESPIERRE.
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Sweeney Todd - il diabolico barbiere di Fleet Street (2008)
postato il 27/04/2008 alle 14:24 da filmgarage
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di Tim Burton. Con Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Alan Rickman, Sacha Baron Cohen.
Durata: 116'


Il regista che più sa sognare (e far sognare) a Hollywood, probabilmente l’unico che così profondamente riesce a raccordare l’onirico delle immagini e delle situazioni alla verosomiglianza dei sentimenti e della psiche umana (senza peraltro mai fare pesare questa recherche), firma nel sangue il suo ultimo capolavoro. Per Sweeney Todd, storia (vera, seppur romanzata da 150 anni di leggenda), Tim Burton va sul sicuro, affidandosi al “fratello minore” Johnny Depp, l’icona più trasformistica del cinema mondiale, e alla compagna-strega Bonham Carter, che molti volevano associata agli inizi di carriera ad un cinema assai più shakespeariano, e invece ha trovato nel ruolo di strega (in varie sfumature) la propria, maledettamente azzeccata, inquadratura. Ma Burton è anche, anzi soprattutto, un innovatore, uno che prende il genere musical, lo rispetta fino in fondo, eppure lo porta alle estreme conseguenze, trovando la poesia nei colori, nelle pose statiche e dinamiche, nei suoni di accompagnamento, prima ancora che nei “versi cantati dai suoi protagonisti” (aspetto che, per capirci, invece rese famoso il prototipo del musical made in Usa, “Singing in the rain”). Rinuncia al fido Danny Elfmann dietro lo spartito, il buon Burton, ma non perde una virgola del suo genio, regalando scenografie made in Italy (premiate dalla Accademy) e trapassi spazio-temporali da brivido: per due ore il film incolla alla sedia, costruendo parallelamente e con un dosaggio da sapiente chef note, tableau vivant (quadri come pietre miliari di questo grande affresco) e movimenti di macchina sapienti e mai banali. La forma sul contenuto e il contenuto sulla forma, senza un solo attimo di cedimento. “Sweeney Todd” è forse il film più audace, più sovversivo di Tim Burton, il che è più che un semplice certificato d’origine controllata: più sanguinolento di “Batman Il ritorno” e di “Sleepy Hollow”, più gotico de “La sposa cadavere” (che pure del musical ricalcava gli stilemi), più cruento di “Edward Mani di forbice”, eppure anche più poetico. Con una metrica fatta di dolore e vendetta, ironia noir e morte: Johnny Depp ricorda nel trucco il ragazzo-robot che lo lanciò nel 1990, ma ha perso tutto il suo candore. Perchè in fondo “Sweeney Todd” è proprio questo: l’epitaffio dell’innocenza (anche un bambino, alla fine, si armerà di rasoio), in una Londra mai così cupa, dove il sobborgo domina sul monumento (non si inquadra una sola volta il Big Ben, tentazione assoluta per altri registi) e la disperazione sul rituale. Un film perfetto, che coniuga insomma giugulari mozzate, sangue a fiotti e lirismo, emotività crescente ma pure equilibrio generale. Fino a quel finale che è omaggio al miglior Shakespeare, quello di “Romeo and Juliet”. Una lezione per tanti “registucoli” (l’ultimo Tarantino o il seguace Eli Roth), che spesso macchiano di rosso la regia solo per “puro” (si fa per dire) gusto dell’orrido. Un ultimo particolare: Sylvester Stallone nella sua carriera ha vinto un Oscar; Tim Burton (come regia o film prodotti almeno) nessuno: e poi dicono che Hollywood se ne intende...
Da non perdere: L’indagine nella feccia di Londra, che nel giro di dieci soli secondi, affascina, immerge, coinvolge: una carrellata fulminea dentro i gangli nervosi della suburbia, condita da una musica nervosissima a strappo... Pelle d’oca.








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Ghostrider (2007)
postato il 07/09/2007 alle 15:46 da filmgarage
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di Mark Steven Johnson. Con Nicholas Cage, Raquel Alessi, Peter Fonda, Matt Long, Brett Cullen
Durata: 103'


Domanda appetitosa: perché il signor Mark Steven Johnson, dopo avere già rovinato la figura di Daredevil, si è cimentato, più o meno con gli stessi risultati, anche in un’altra striscia “fumettara” di nicchia? Qualcuno lo avverta, prego, che non c’è bisogno di sbagliare due volte… Già perché “Ghost Rider” spesso e volentieri spinge lo spettatore a prendere in mano un Joypad e indirizzare dove meglio si crede la trama: più videogame che film, infatti, il prodotto vive soltanto sugli effetti speciali (notevoli, ma bastasse un po’ di magia computerizzata allora tutti i film sarebbero da Oscar), scadendo terribilmente in una trama e una sceneggiatura che vaga cieca tra “Van Helsing” e “Constantine” (mica i primi arrivati) e striscia tristemente in attesa di un colpo di scena annunciato e prevedibile ancora prima dell’inizio del film. Così tra un pixel di qua e un fantasioso lavoro di tastiera di là manca completamente l’effetto realtà, quello, per intenderci, che ha reso immensi “Il Signore degli Anelli”, “Spider-Man” e “Batman”, che pure al mondo del fantasy appartengono.
Nicolas Cage recita meglio quando al posto della sua mono-espressione “indossa” un teschio virtuale, il doppiaggio (e la scelta dei timbri vocali) sembra ripresa da un gioco della Chicco stile “Vecchia fattoria”. Qualche balzo in motocicletta fa pure tenerezza: speriamo che almeno piaccia ai centauri. Noi, per il vostro bene, suggeriamo piuttosto un sano e reale moto-raduno.
Da non perdere: Il finale lascia aperta una porta per un possibile sequel… Masochismo puro: Dio ce ne scampi!








recensione di ROBESPIERRE. 
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Uno Specialista (1999)
postato il 04/09/2007 alle 19:21 da filmgarage
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di Eyal Sivan.
Durata: 128'


Durante la Seconda Guerra Mondiale il tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann aveva il compito di organizzare le deportazioni di migliaia di ebrei verso i campi di sterminio. Grazie alla suo zelo e alla sua professionalità nel campo della “soluzione finale” si conquistò fra i gerarchi il soprannome di “specialista”. Con la caduta di Hitler fuggì senza lasciare alcuna traccia; per anni visse nascosto in Sud America, ma nel 1960 fu scovato a Buenos Aires dal celebre cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal e arrestato dai servizi segreti israeliani. Un anno dopo a Gerusalemme venne processato e condannato a morte per crimini contro l’umanità. Nel tribunale il regista americano Leo H. Huruvitz aveva piazzato quattro telecamere, raccogliendo più di 500 ore del processo.

Quasi quaranta anni dopo un altro regista, Eyal Sivan, riduce questi preziosi filmati ad un paio d’ore per mostrarci il ritratto di un criminale moderno (così dice il sottotitolo del film), un meticoloso funzionario del Reich che dietro alla scrivania del suo ufficio di Berlino si dedicava alla parte amministrativa dell’Olocausto (qualcuno lo definì “il Burocrate della Shoah”). Durante il film vediamo infatti processato quello che può sembrarci lo stereotipo dell’impiegato statale, mingherlino, occhialuto e stempiato, e anche il suo comportamento dietro ad un vetro antiproiettile ci ricorda quello dell’ometto qualunque: le sue mani scribacchiano note sui voluminosi capi d’accusa, il suo viso ascolta indifferente le atroci testimonianze dei pochi ebrei sopravvissuti (qualche volta però si lascia scappare un percettibile tic nervoso), la sua voce ripete riverente al giudice l’ormai classico “non sapevo, eseguivo solamente gli ordini”; e lo spettatore si schernisce quando l’ex SS si difende così: “Umanamente posso anche essere ritenuto colpevole, ma non Giuridicamente, poiché non colpevole nel senso dell’Accusa di aver aiutato e favorito attivamente lo sterminio degli ebrei”. Chi è l’Eichmann alla sbarra? Un infido calcolatore che cerca di salvarsi la pellaccia o un inquietante residuo della follia di massa nazista? Probabilmente entrambe le cose. La sociologa tedesca Hanna Arendt lo descrisse come “l’assoluta banalità del male”. Osservandolo si capisce bene cosa Sivan voglia dire con “criminale moderno” (si tratta di Uno Specialista), ma il regista vuole essere sicuro che il messaggio venga ricevuto alla perfezione, e “opera” drammaticamente sulle immagini raccolte da Huruvitz distorcendo l’audio, sgranando il video, amplificando i rumori di sottofondo, arrivando nel finale ad isolare la figura di Eichmann dall’ambiente circostante, riconsegnandolo al presente libero, a colori e dietro ad una scrivania. Tutte queste manipolazioni, seppur stravolgano solo in parte il valore storico dei filmati (semmai, proprio come Sivan vuole, li ricontestualizzano), hanno fatto storcere il naso a numerosi critici e storici, che hanno considerato questa pratica sì puramente contemporanea, ma poco consona all’argomento trattato.










recensione di ilcineragno
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Il giorno della prima di “Close-Up” (1996)
postato il 04/09/2007 alle 19:18 da filmgarage
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di Nanni Moretti. Con Nanni Moretti.
Durata: 7'


Moretti ritaglia un cortometraggio sulle sempre più spoglie salette d’essai, riuscendo come al solito a raccontare i gusti dell’Italia contemporanea parlando per contrasto di ciò che, senza celarne l’umana frustrazione, ne rimane fuori, con lo humor nevrotico, riflessivo e tragicomico che lo rende “autarchico” da ormai trent’anni.

Fra le multisale che macinano incassi da capogiro (i dati vengono ripetuti ossessivamente nei titoli di testa e di coda) c’è una nicchia per il cinema “Nuovo Sacher” di Roma, piccolo, accogliente, quasi sempre vuoto. I preparativi per il film della serata (“Close-Up” dell’iraniano Abbas Kiarostami) sono disturbati dal gestore Nanni Moretti, che corre agitatissimo qua e la con la necessità di controllare tutto, impartendo suggerimenti al protezionista- “devi alzare la risoluzione talmente di poco che non mi devo accorgere che l’hai alzata”-, alla cassiera-“c’è un ampio parcheggio, e se il film non gli piace prova convincerli a restare un altro po’”- e a chiunque altro gli capiti sotto tiro, perfino il barista -“che tipo di tramezzini abbiamo?”. Fra una pignoleria e l’altra si concede però una solitaria spiata alle immagini sullo schermo. Alla fine, gli spettatori della prima di “Close-Up” saranno poco più di una dozzina.

 Per l'appunto, un bel divertissement cinefilo





recensione di ilcineragno
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Benvenuti su FILM GARAGE.
In questo blog troverete una raccolta di recensioni slegate da vincoli culturali o morbosità intellettuali. Qui, io ed un gruppo di amici collaboratori, inseriremo le nostre valutazioni riguardo film attualmente al cinema o del passato in totale libertà e senza temere di essere tacciati di "ignoranza" dal professorino di turno. Lo scopo è di fornire allo spettatore giovane una serie di consigli, più che di analisi cinematografiche pseudo-intellettualoidi.
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MJ @17/07/2008
Oggi però il premio lo vince questo: "Moana lo prende nel culo"

MJ @17/07/2008
anche questa ricerca: "ilms scandalosi sesso"

MJ @17/07/2008
oggi qualcuno è capitato nel nostro blog cercando: "video di giovani fidanzati che si riprendono mentre scopano"

ESH @04/06/2008
...SONNY!!!

ESH @17/05/2008
...SONNY?

ESH @13/05/2008
Ti ho inviato una rec via mail dimmi se arriva!

filmgarage @06/05/2008
PHILIP MORRIS
http://www.youtub e.com/watch?v=tVABpHgYtdQ

GUARDA IL VIDEO

filmgarage @02/05/2008
MASTRO DON GESUALDO...PER STASERA?

filmgarage @01/05/2008
oggi si ride con "video super porno giapponesine" e "foto di circoncisioni" AHAHAHAHAH

filmgarage @30/04/2008
!!!

ESH @30/04/2008
Che domande...

filmgarage @30/04/2008
pedronzo chi sei?

ESH @30/04/2008
Si..sperando che belmessionzo sta volta non abbia i suoi soliti ripensamenti..Comunque lei pedro stavolta dovrà diventare una colonna portante di questo blog con commenti, opinioni, insulti...insommaveda lei!!

Pedronzo @30/04/2008
Finalmente si ricomincia

ESH @30/04/2008
Salve Pedro io la vedo!

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